BedTalks

Questo è il titolo della conversazione di BedTalks dopo che ho espresso il mio desiderio di spiegare il progetto di aiutare le donne che hanno perso capelli e peli in tutto il mondo

Forse per alcuni non sarà un grande avvenimento, ma quando dal niente ricevi una lettera che ti invita ad andare a letto con uno sconosciuto per una chiacchierata, anche nel tuo cervello forse si sarebbe risvegliata una scintilla di curiosità.

Il progetto delle #boldgirls in realtà era già nella mia testa da qualche anno prima e si era accovacciato in un cantuccio delle possibili cose da fare nella vita, in attesa che qualcuno lo stuzzicasse come non si dovrebbe fare con il can che dorme.

La necessità, come già scritto nell’introduzione al corso, era nata dal mio crescente benessere nei confronti di me stessa, rispettivamente al notevole aumento di donne afflitte da sintomi di caduta di peli e capelli che, non so per quale motivo, iniziavano a spuntare come funghi davanti ai miei occhi e a non passare più così tanto inosservate.

Dico “afflitte” e non “affette” perché quando ti accade, di certo non ti prende “strabene”.

Io ero talmente piccola che ho avuto modo di affrontarlo sbattendo lentamente di anno in anno contro muri diversi, alcune volte con delle protezioni addosso adeguate, ma la maggioranza dei casi, come succede poi nella vita reale di tutti i giorni, nei momenti forse più vulnerabili.

Queste donne che ho iniziato a notare più spesso avevano il cancro e lo stavano combattendo con forza, perché le ho sempre viste in situazioni di quotidianità tipo in vacanza con la famiglia, a fare la spesa, ad eventi di un certo rilievo, a lavoro.

Come fossero noncuranti di tutto quello che stava accadendo dentro di loro, le ho viste sorridere, essere concentrate, farsi comunque al servizio degli altri.

La forza che ci vuole dev’essere incommensurabile; ci sta che spesso venga da una scelta, ma mi immagino che altre volte possa venire anche da una giornata di rassegnazione.

Io di quelle giornate ne ho avute veramente una marea.

Fatto sta, che ho iniziato a guardarle con occhi diversi.

In che senso? La mia tricotillomania è stata fra le più incontrollate che io abbia mai visto. A differenza di molti altri casi dove diverse terapie hanno dato buoni frutti e l’autocontrollo ancora di più, la mia è stata proprio fuori dagli schemi. Normalmente ci si strappano i peli in faccia e qualche ciocca. Io mi sono strappata tutto, senza lasciare un pelo al suo posto dal collo in su. Ma non una volta, tante volte. Ripetutamente. Per anni.

Quindi essendo in condizioni “poco presentabili” soprattutto in adolescenza, ho tentato di mascherare la cosa in ogni modo possibile. Ma tanto quando cerchi di nascondere da solo i difetti che proprio di te non riesci ad accettare, finisce che sono quelli che le persone vedono per primi.

A volte di noi stessi non ci capiamo proprio un cazzo.

Comunque, per me andare in vacanza con la famiglia, fare la spesa, andare ad eventi di un certo rilievo e lavorare, come tutto il resto delle normali dinamiche che confermano che esisti, significava avere, agli occhi degli altri, perennemente il cancro ed essere perennemente in chemio, senza effettivamente esserlo.

Però immagino che gli sguardi e le domande che sono stati rivolti a me, siano esattamente quelli ai quali  tutti i giorni quelle che ce l’hanno davvero vengono sottoposte. Per me, quelle donne, erano come sorelle e le ho sempre guardate affascinata perché stavano combattendo due battaglie in una: la mia e la loro.

Io non l’ho mai vinta la mia, però ho trovato il modo di surfarci sopra, non solo cadendo sempre meno spesso in un’acqua che è sempre stata fin troppo gelida per i miei gusti, ma imparando pure i trucchi da portare ai campionati.

Diciamo che, se tutto va bene, la chemio te la devi subire per una frazione di tempo limitata e così anche le sue conseguenze, quindi non hai tanto tempo per stare a pensare a te come magari fanno tutte le donne che si incremano e si curano tutti i giorni, per rendere giustizia ai nostri sacri momenti di intimità con noi stesse, diciamo che se tutto va bene non ti ci devi fare le ossa nell’imparare a convivere con questa nuova te.

Io invece le ossa me le sono dovute fare e questo mi ha fatto iniziare a vedere le mie sorelle in maniera diversa.

Non so se sia “sbagliato” pensare di poterle aiutare a dare una scossa al loro aspetto, quando in quel momento stanno facendo a cazzotti con tutto il resto; forse ad alcune non fregherà assolutamente niente di avere in testa un turbante ben fatto, un cappello che le risalta le luci sui punti giusti del volto, un trucco che trasforma la pelle nella buccia di una pesca, un paio di occhiali che fanno scintillare di colori l’iride degli occhi, un gioiello che colora gli abiti di un gusto che sazia gli specchi… però ci sono tante donne che hanno la tricotillomania, tante che invece hanno l’alopecia e molte fra quelle che sono terrorizzate di perdere i capelli in chemio che forse vorrebbero essere guidate, almeno all’inizio, in questo passaggio dall’essere a colori al ritrovarsi in bianco e nero.

Con questo pensiero timido e presuntuoso, avrei voluto approcciare tante donne che hanno incrociato il mio sguardo in questi ultimi due anni, però gli psicologi non sono mai venuti a bussare alla mia finestra per offrirmi il loro aiuto e penso che questo abbia un senso, quindi non mi sono mai proposta.

Sono convinta che chi vuole lavorare su stesso debba fare il primo passo da solo, come l’ho fatto io.

Ogni altro tipo di aiuto fornito di prepotenza è quasi del tutto inutile: non funziona e se funziona, è spesso temporaneo.

La fortuna del principiante, l’entusiasmo del momento.

L’unica soluzione possibile è che le donne in questione abbiano voglia di farsi un viaggio con me e mi contattino perché hanno letto qualcosa e gli è piaciuto, perché si sono riviste, perché hanno voglia di sentirsi ispirate, perché hanno riscoperto la curiosità, perché vogliono parlare con chi ha vissuto il loro stesso patema, perché amici o parenti o conoscenti sanno chi sono e mi hanno citata come possibile soluzione ad una domande che rimane sempre un gradino sotto le nostre priorità.

Sbagliato.

L’ho detto sopra che a volte non ci capiamo un cazzo come esseri umani.

Sentirsi bene nella propria pelle è importantissimo. Piacersi, sorridersi allo specchio la mattina, truccarsi ed essere soddisfatte del risultato, guadagnarsi la propria stima è assolutamente fondamentale perché cambia completamente la prospettiva che si ha degli altri, cambia il potere che le persone hanno su di noi e cambia le aspettative che noi abbiamo di noi stessi.

Come fare a comunicare tutto questo in un tutorial su come farsi i turbanti non avrei proprio saputo farlo.

Avevo infatti iniziato così, la prima volta che l’idea di aiutare le sorelle di chemio ed alopecia o chissà quali altre ragioni mi aveva convinta a fare un passo verso di loro.

Forse ho dovuto maturare dentro l’esigenza di farlo, come ce l’ho adesso.

La smania di iniziare, esponendomi in qualche modo, in un modo che avesse potuto raggiungere più persone tutte insieme dato che mettere un video sul canale dei gatti e degli epic fails, non mi avrebbe probabilmente portata a raggiungere il mio obiettivo.

Lo Student Hotel è stato quel canale per me. Ecco l’importanza di ricevere una lettera che mi mette a letto con una sconosciuta, un’artista francese che nel suo percorso cerca di portare la luce mettendo in risalto il suo pubblico, un dialogo con lei per esplorare forse una delle parti più spirituali di questo lavoro, ma che alla fine porta ad un aspetto totalmente pratico.

In un posto del genere, certe cose ci si aspettano perché è stato costruito sulle basi di condivisione dell’arte e delle esperienze, con grandi spazi comunitari dove potersi incontrare e mi auguro veramente tanto che non solo studenti con tesserino appresso, ma quelli che sono gli studenti della vita, prendano questa opportunità come un motivo per non stancarsi mai di credere nel futuro e in un domani migliore.

Costruire, creare connessioni e accendere le speranze dei sogni nel cassetto che non hanno età né religione né partito politico.

Presentare #TheBoldGirls, comodamente dal letto su una piattaforma internazionale che mi permettesse di arrivare non solo all’orecchio dell’amica di quartiere, ma a quello di tutte le donne che hanno voglia di mettersi in gioco, è stata per me l’opportunità vera di dare vita a questo seminario, al mio stesso percorso nel quale sicuramente imparerò più di quel che ancora riesco ad immaginare, perché confrontarsi con donne di questo calibro mi aprirà una finestra sul mondo che veramente a pochi è concesso vedere.

Se non hai ancora visto il video di introduzione al seminario, lo puoi trovare qui:

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Miss Swirl

Sara Meucci, aka Miss Swirl, is an eclectic Florentine artist. Born in a family of Tuscan artisans, she currently works in fashion and is the youngest teacher of millinery and history of the Florentine hat in Italy. As a writer, she talks about music, composes texts for her songs and those of other musicians. She is working on the launch of a new project, linked to an important personal event that completely changed the course of her life. The project will be multi-channel and build on photography and the naked body; the art of make-up and fashion accessories, which finally become useful for a specific purpose. Each instrument will be used to represent and encourage all women who happen to find themselves without face or head hair, for different reasons. These tools, combined with the knowledge of the artist, will show women how to discover their bravest self, perhaps even their best self, and find the strength to mirror themselves without fear of not recognizing themselves anymore.

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